Recensioni

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COMMENTI SU INKTOLINK

Niente da perdere
Felice Serino
 
appollaiata sulla tua spalla dalla culla
se la pensi ogni giorno quando
ti radi o vai a letto è per
esorcizzarla o scacciare la paura
dell’ignoto
fartela amica

la morte

-essa
non dissimile dalla vita: seme
che trama nel buio
cospirazioni del nascere-

e dunque: niente da perdere
col disfacimento se oltre il fragile
apparire sarai tutt’uno
con l’immenso corpo cosmico
nell’eterno girotondo dei
pianeti
nel sorriso di Dio

*

Commento di Maria Lampa

 
Una bellissima considerazione dove non si capisce il
confine tra la vita e la morte, perchè parte dello stesso
corpo cosmico dove tutto è in continua trasformazione.
Un passaggio delicato e naturale e con questa visuale
la vita è più serena e diventa in un certo qual modo
eterna perchè si trasforma nell'intero universo cosmico.
Come sempre sei particolare nel dare poche
"pennellate" per esprimere un grande concetto.
 
Sabato 25 Settembre 2010, 21:00

***

Dai cieli del sogno
Felice Serino
 
precipitare dai cieli del sogno
fino all’età adulta
richiami di sapori
di voci l’odore
del mare inalare il vento
salato sibilante sotto
le porte -
               gibigiane echi
liturgie
di memorie
l’iniziazione del sesso
i segreti

… cieli dell’adolescenza
passati come in sogno

*

Commento di Maria Lampa

 
Ho come l'impressione che questo precipitare dai sogni
sia un capitombolo che procura ferite e lacerazioni.
Perchè non pensare che possiamo attingere ai sogni
della adolescenza, magari depositandoli sopra le nuvole
(in un ambiente morbido e protetto) e tirarli giù ogni volta
che ne abbiamo voglia?
Io, i miei sogni, i miei amori, li tengo sdraiati sopra le
nuvole, come sopra un ripiano speciale, e ogni tanto li
richiamo, li vado a tirar giù e me li godo....
Ti sembra una pazza idea???
Felice, le tue poesie e i tuoi scritti sono una fonte
inesauribile di pensieri sparsi....e spersi.... Grazie.

Lunedì 06 Settembre 2010, 15:53

***

Armonia cosmica     
Scritto da Felice Serino    
 
espansione a irradiare
poesia a labbra
di luce

indicibile fiore
del sangue

Commento di  Maria Lampa

La poesia che è sangue nel senso che viene prodotta
dall'essenza del nostro essere umano, e che illumina
la vita stessa per le emozioni che produce.
Una sintesi straordinaria e una "lettura" orginale della
armonia cosmica

***

Emanuel Swedenborg   
Scritto da Felice Serino    
 
lasciami entrare nel tuo sogno
adesso che col soffio di Dio
ne scrivi pagine ineffabili
pensieri pettinati di luce
eccelsa danza dell’aria
dalle labbra della notte stanotte
mi pare udire da un-dove-che-non-so
una sinfonia da musica delle sfere

lascia emanuel che entri
nel tuo Sogno

Commento di Maria Lampa

Commovente, intensa, coinvolgente, raffinata:
bellissima poesia!

***

"Gridando l'aurora"     
Scritto da Felice Serino    
 
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Commento di Maria Lampa
 
Questa storia mi ha fatto pensare a quante situazioni
similari ci sono intorno a noi.
A volte è il colore, a volte è la cultura, a volte una
difficoltà fisica.....il fatto è che quando porti addosso
una etichetta e gli altri vedono soltanto quella....la vita
diventa durissima.
Cercherò questo libro per leggerlo, ma già da quanto
racconti tu, è molto chiaro il disperato desiderio di
libertà e di riconoscimento di Umanità che c'è entro il
c uore di questo figlio, ragazzo, e poi uomo e che non
gli viene riconsociuto....
Attendere gridando l'aurora è un urlo molto chiaro.
Mi ha fatto molto riflettere e te ne sono grata.

***

Nascosto starò nella rosa     
Scritto da Felice Serino    
 
finché non avrà inghiottito
il tempo osceno il suo grido
nascosto starò nella rosa
azzurra della poesia

perché non intacchino
i veleni del mondo
la bellezza del cuore

 

Commento di Maria Lampa

Quando rimani chiuso nella tua rosa, attraverso i versi....
riesci a spargere profumo intorno a te e quindi non sei
proprio tanto nascosto....
Riuscire a godere della vita....anche uscendo dalla rosa
della poesia...è il mio augurio sincero!
Le tue poesie ermetiche sono ricchissime di siginificato.

Venerdì 05 Marzo 2010

***

Sconnessione     
Scritto da Felice Serino    
 
pensavi guadagnare la chiarezza?
la vita imita sempre più il sogno
nelle sconnessioni avanti con gli anni

 ti coniughi ad un presente che s’infrange
dove l’orizzonte incontra il cielo:
e ti sorprendi a chiederti chi sei
oggi da specchi rifranto
e moltiplicato
mentre il tempo a te ti sottrae

 
Commento di claudia ronchetti
 
Sconnessione: lo specchio di ogni anima. Vetri rotti,
puzzle, arti e teste mozzate da un killer invincibile che
è il nostro mondo. intanto la vita ci ruba l'unità che
pensavamo un tempo...magari bambini. perchè il nostro
sogni di allora aveva una trama precisa, mentre il sogno
che gli anni ci regalano con il loro passare è una somma
di vite interrotte.

Lunedì 12 Luglio 2010

*

Commento di Maria Lampa

Una domanda che ci si pone ad un certo punto della vita,
cioè nel momentio in cui tutto dovrebbe essere chiaro e
invece ci si chiede ancora chi siamo e dove stiamo
andando con la nostra vita...
A volte c'è sconnessione (il termine mi piace molto e
rende l'idea chiara di ciò che signifca ne momento in cui
non ci sentiamo allineati) tra la vita reale, i nostri pensieri,
e ciò che si è già vissuto.
Occorre entrare in connessione, come per i computer,
per produrre cose valide e soddisfazenti.
La sconnessione genera distacco e frattura.
Una bella riflessione che rispecchia tanti momenti della
vita quotidiana di chi si chiede le cose e VIVE con la
testa e il cuore sempre attivi!
 
Lunedì 12 Luglio 2010

***

Stanze     
Scritto da Felice Serino    
 
(ispirata leggendo "Il corponauta – appunti di viaggio
di uno spirito libero", di Flavio Emer)

io pensiero dilatato
a spolverare le stanze dell’oblio
sulle pareti la memoria
ancestrale
metteva in luce emozioni dipinte
su volti che furono me

 rifluiva dai bui corridoi
degli anni il vissuto
a imbuto
mi perdevo come in sogno
nell’abbraccio di quelle figure che
accendevano il mio sangue

Commento di Maria Lampa

I ricordi, le figure accendono il sangue e la memoria
prende in rassegna tutto ciò che è stato fortemente
scolpito nell'anima.
Ho apprezzato quanto hai scritto.

Lunedì 21 Dicembre 2009

***

Step     
Scritto da Felice Serino    
 
pensieri distesi nel mezzodì
incendiato –
        sul letto una lama
di luce obliqua e nella
mente in sopore
              insieme a un pezzo
di mare

il perdurare la tua immagine
di poco fa il moto
dondolante
del corpo – fatto d’aria –

Commento di Maria Lampa

Una descrizione ermetica di una emozione molto forte.
pensieri distesi....... mi dà la sensazione di pace e mi
è piaciuta molto come espressione.
Ne prendo spunto per distendere i miei pensieri
quando sono troppo in movimento.
Grazie.

Lunedì 21 Dicembre 2009

***

Sull' "effetto placebo" e lo stato di "crisalide"     
Scritto da Felice Serino    
 
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Commento di Maria Lampa

Ho letto molto volentieri questa serie di osservazioni e
affermazioni.
Il pensiero ha una potenza straordinaria, ci può far star
bene e ci può portare nell'abisso più nero. Usare il
pensiero, scegliere il tipo di pensiero, programmare la
nostra mente...è una nostra scelta e le conseguenze
sono di un tipo o di un altro. Tutto dipende da noi.
Quando l'ho scoperto, ho provato e con i pensieri
positivi sono uscita dal buco nero! Auguro a tutti di
trovare questa consapevolezza e di provare
praticamente, ascoltando cosa succede nell'intera
nostra persona.

Giovedì 10 Giugno 2010

***

Un sole sotterraneo     
Scritto da Felice Serino    
 
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Commento di Maria Lampa

Sembra un paradosso, ma il sole è sotterraneo e sorge
nel mezzo del buio più profondo della nostra vita.
Quanto hai scritto Felice, mi ha fatto pensare ad una
cosa che ho imparato nel tempo. Cercare il sole, il bello,
il buono, il positivo dove tutto sembra nero.
"il bisogno aguzza l'ingegno" quando ci sono le difficoltà
e se ne vuole uscire.
La Vita nasce a volte nel momento in cui tutto sembra
perduto.
Bousquet è un grande maestro di vita e ti sono grata per
avergli dedicato questa pagina, ricca di Speranza per
chiunque.

Martedì 22 Giugno 2010

***

Via Lattea     
Scritto da Felice Serino    
 
cammino luminoso scala che unisce
il mondo dei morti a quello dei viventi:
a una estremità la costellazione
del Lupo – Antares – sorveglia
l’entrata nel regno dei morti – all’altra
quella del Cane – Sirio – apre
la salita del cielo e guida
i naviganti: è la stella
Maris – la stella del mare e la stella
di Maria

 
Commento di Maria Lampa

La dualità unita nelle stelle! Magica immagine e originale
lettura della via lattea!
Nella mia adolescenza avevo scelto una stella e tutte le
sere mi rivolgevo a lei per raccontargli le mie pene e i
piccoli sogni, e i grandi desideri. Mi faceva compagnia
ed era in qualche modo la mia guida.
Mi hai fatto tornare in mente momenti particolari e ti
ringrazio molto.

Lunedì 15 Febbraio 2010

***

"Vince chi perde" (Odissea di un intellettuale)
Scritto da Felice Serino

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Commento di Maria Lampa

Mi ha rattristato molto questo racconto, questa vita che
non conoscevo.
Tanto dolore, tanta incomprensione, tanta amarezza....
per chi vede le cose oltre.....l'apparire....
Mi ha colpito il suo denunciare le istituzioni per non
riconoscere le sue abilità culturali e li considera
responsabili di un "prolungato tentativo di omicidio..."
Parole molto forti che mi fanno pensare tanto....
Uccide, a volte, più il mancato riconoscimento di
una spada....

Lunedì 15 Marzo 2010

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emergenti.

RECENSIONI
e note critiche
sulla poesia di Felice  Serino

Recensione di Reno Bromuro
Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della
vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il
complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte
quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.
"È salamandra
sorpresa immobile
che finge la morte"
Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la
verità si riduce ad un'utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi
fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta
assicura all'immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai
gradi dell'essere vitale. Da ciò risulta che oltre l'analogia con la vita
vegetativa, valida solo nell'uomo dotato di spirito esiste anche una
trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del
tipo:"sorpresa immobile", "che finge la morte", la singolarità dell'espressione,
nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto
questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca
quali sono gli impulsi dell'uomo e quali le radici della sua azione istintiva,
guidata dall'"Io creativo" non solamente gli istinti elementari, ma anche la
ricerca del timore e la curiosità, l'istinto comunitario e sociale,
l'affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.
Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali
in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di
serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una
sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l'incalzante approssimarsi del nulla,
in quel "fingere la morte", fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell' esistenza fisica.
"ora m'incolpi del mio silenzio e
Tu dov'eri mi chiedi quando a migliaia
venivano spinti sotto le docce a gas
Io ero ognuno di quei poveracci in verità
ti dico Io sono la Vittima l'agnello la preda
del carnefice quando fa scempio
di un bambino innocente
Io sono quel bambino ricorda"
Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la
sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d'amore, di essere
amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista,
di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei
fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in
rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico,
inteso però nello stesso senso della veemenza dell'azione fisica che partecipa,
senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica.
Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire
dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può
fingere d'essere in collera ed eccitarsi alla collera.
"imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l'attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale" (Visione)
Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la
unisce all'espressione della vita dello spirito e la determina con la propria
profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più
alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della
personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito
all'eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev'essere legato ad
un'elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile "L'io ideale".
"oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell'aria
ti appare ora sospeso come fumo"
Nella totalità dell'esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe
come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come
"sospeso come fumo" a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l'altro potrebbe chiamarsi "la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo", per lo scarso influsso esercitato dalla critica.
L'artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere
accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del "Sé razionale" per
avere un'Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere "Io creativo" avrà
sempre un'opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma
l'Arte maggiore ha necessità dell'aiuto incondizionato del "Sé razionale". Lo
stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: "scrivere, verseggiare, correggere"
ciò significa, che per avere un'arte maggiore, prima ci si deve donare
interamente all'"Io creativo", poi chiamare in aiuto il "Sé razionale" ed ecco
che quando si passa alla correzione di qualche "refuso" si ha la felicità di
aver ottenuto l'Arte maggiore. Per giustificare quest'atteggiamento, occorre
risvegliare l'io cosciente, in modo che l'opera sia veramente maggiore, cioè che
appartenga a tutti e non sia solo dell'autore.
"anch'io in sorte ho avuto una croce la Croce
la più abietta la benedetta
anch'io ho urlato a un cielo muto e distante
Padre perché
perché solo mi lasci in quest'ora di cenere e pianto"
Nonostante l'effettiva bipolarità tra "L'io creativo" e il "Sé razionale" l'io
personale, l'unità dell'individuo umano non deve rimanere inalterata
nell'esperienza del "sé", la cui differenziazione rispetto all'io si manifesta
già empiricamente nelle espressioni: "conoscenza di sé", "affermazione di sé",
"ricerca di sé".

(c) Recensione a cura di Reno Bromuro

Per una Prefazione a "La difficile luce"- 2005,
di Felice Serino (rimasta inedita)

Felice Serino è un poeta nella maniera più singolare del termine e già nel 2002
il suo linguaggio si era fatto chimerico e antitradizionale nella raccolta "
Fuoco dipinto ", intervallato dai commenti del fraterno suo amico Luca Rossi.
Ora torna a farsi rileggere con " La difficile luce ", quasi un suo procedere
nel buio alla ricerca di molecole di luce, tanta luce che egli sente come
irraggiungibile e misterica.
Parafrasando un concetto daliniano dell'opera pittorica dell'artista spagnolo,
dal titolo " Galatea con sfere " del 1952, Felice Serino ha scelto, come
immagine di copertina per il suo libro, proprio questo dipinto di Salvador Dalì
in cui il volto di una donna (Gala, la musa-compagna di Dalì) è ne
raggruppamento/allontanamento di sfere di varie grandezze e quasi opalescenti.
Dalì era pervaso da idee spesso provenienti da incubi e deliri, che egli
magistralmente - interpretando la voce notturna del suo inconscio - riportò
sulle sue tele e nacquero capolavori densi di soggettivismo e ambientazioni
oniriche, dove è facile il ravvisamento dei simboli provenienti dal significato
dei sogni secondo Sigmund Freud , conosciuto dal pittore nel luglio 1938.
Il confronto Serino/Dalì è nato per la scelta di questa immagine iniziale, posta
sulla copertina del suo florilegio poetico e da qui parte la cosiddetta
dematerializzazione della poesia da parte dell'autore che, in un certo qual
modo, ha tentato la via per andare all'origine di quest'arte, così da
riassaporarne l'energia primordiale.
La primordialità era nella non-coesione delle molecole, delle sfere sospese
nello spazio ancora nella sua fase di abbozzo e lo stile poetico di Serino è
fluttuante, allo stesso modo delle sfere, e anche mistico. Il sentimento
acritico dell'autore ha fatto sì che egli scrivesse dei pregevoli versi anche
per il Mahatma Gandhi: "miracolo il sorriso/ interiore/ mentre il mondo ti
ringhia addosso/ ti offri s'apre una rosa/ di sangue/ nel Cielo un canto
d'alleluja/". Comunque è tutto un percorso ondeggiante quello intrapreso dal
poeta che non ama quel senso stagnante che s'impossessa delle cose, per cui
l'andamento poetico resta indeciso, come indecisa è la luce da lui inseguita: "a
metà del suo corso la notte/ inghiotte l'ultima luce - rende/ suoi ostaggi i
corpi/ su un mondo immateriale - più nostro -/ il sogno apre il sipario ". (Da "
A metà del suo corso la notte ").
Se questa condizione di 'difficile luce' è stata per Felice Serino un motivo di
versificazione, allora bisogna dire che non è stato poi così arduo descriverla
nella fluitazione dei propri propositi.
Poetessa Critico Isabella Michela Affinito
                      
Critica al libro IN UNA GOCCIA DI LUCE
di Felice Serino.
A cura di Luca Rossi.
Febbraio 2009.

Incentrato sulla psicologia dell' Io, tra interiorità-esteriorità, tra
morfologia del corpo (il pre-essere che si fa uomo, il quale si relaziona
successivamente col mondo), il biennio 2007-2008 vede il poeta dare alla luce
queste nuove liriche, riaffermando il suo indagare su ciò che è temporalità e
realtà.
Già la prefazione di W. Blake anticipa quello che sarà il corpus poetico che
vede la "bellezza dell'essere" risiedere nel mistero ancestrale del creato.
Quell'essere che non porta al suo interno il mistero stesso, è un individuo che
acquista scarso valore. E' questo che pare voglia affermare Serino ribadendo le
parole di A. Crostelli nella lirica che apre la silloge.
Un mistero dentro il quale si racchiude il bello e il brutto di ciò che è umano
e non trascendente, per chi volesse pensare ai versi del poeta solamente alla
luce dei lumi del cristianesimo.
Un mistero che è regione spazio-tempo indeterminata, in cui anche i sogni hanno
un loro ruolo (vedi: "In sogno ritornano"): "amari i momenti del vissuto/ che
non vorresti mai fossero stati...// si affaccia nel tuo sogno bagnato/ quel
senso di perdizione...".
Riflettori da cui diparte una luce "insostanziale", che ci permette di vedere il
"non-vissuto" o ciò che non si vorrebbe scrutare perché figlio della paura
"...luce verde della memoria/ scuote la morte", come afferma in "Insostanziale
la luce".
Una luce che diviene il punto di partenza incentrando il discorso antropologico
intrinseco nel vissuto di ognuno: "...sostanza di luce e silenzio/ sapore
dell'origine...", da "Lacera trasparenza".
Entrare nel mistero vuole dire entrare nella luce: "...camminare nel mistero a
volte/ con passi non tuoi...", da "Entrare nella luce".
Mistero come sinonimo di fragilità dell'essere e brevità del tempo, o fortezza
di entrambi. Il concetto viene mirabilmente espresso in quelli che potrebbero
ritenersi i versi centrali di tutta l'opera, riportati in "Se ci pensi":
"capisci quanto provvisoria/ è questa casa di pietra e di sangue/ dove tra i
marosi il tempo/trama il tuo destino di piccolo uomo?...//...mentre tiripugna/
il disfacelo lo scandalo/ della morte il salto nel vuoto".
Come non riandare ai versi della Dickinson scritti per la morte del nipotino
Gilbert?
Incostante, poco convincente la chiusura della poesia "Mondo", dove colui che
scrive sembra smentire tutta una filosofia etico-morale appartenente al suo modo
di concepire l'immagine dell'essere che detesta il mondo. Eppure è proprio in
"quel" mondo che nasce l'uomo descritto da Serino, anche se proveniente da
bagliori indefiniti. E' proprio lì che il mistero di un amore-odio ha valore
solo se entrambi coesistono.
Non ci potrebbe essere amore se non esistesse odio. Non ci potrebbe essere odio
se non esistesse amore. Binomio indissolubile senza il quale tutto sarebbe
utopia, anarchia del pensiero collettivo, sempre che non si varcassero le porte
del trascendente.
Che il suo dichiararsi contro la guerra sia la ragione che sublima il pensiero
umano è cosa scontata, ma non reale nella sua pienezza, perché è in quello
stesso uomo che il  bene e il male convivono.
Così come in "Sic transit...". Ma questa è la realtà dell'uomo contemporaneo.
Aggrapparsi all'effimero o costruire il suo dominio sulla roccia. Probabilmente
l'abile penna del poeta vuole portarci a fare un salto di qualità
nell'apprendere il suo professare.
Un salto di qualità che è didattica. Perché questo è il fine ultimo della
poesia, anche se talvolta difficile da concepire.
Una poesia fine a se stessa,con un costrutto essenzialmente "vuoto", è
infruttuosa. Deve sussistere una poesia invece in grado di farci volgere lo
sguardo alle "coordinate dei sogni - e/ l'insaziato stupirsi della vita/ da
respirare su mari aperti// - che tenga lontano la morte", da "Nel segreto del
cuore".
La morte, la morte...Altra descrizione di un paesaggio tanto forte quanto quello
della vita. Il passaggio dalle tenebre alla luce può essere violento, ma è in
questo che si risveglia la coscienza di chi vive tra il bene e il male operando
attraverso strumenti di discernimento, quelli dettati dalla poesia, appunto: "e
tu di nuovo ostaggio della notte/ l'invito/ l'abbraccio del vuoto// parola
neo-nata/ la chiami nel buio/ l'innervi in parole// la plasmi a scalpelli di
luce", da "L'invito".
La morfologia della poesia di Serino differisce da ogni altra per il suo
concatenare i puri elementi dell'anatomia umana (sangue, nervi, fonemi, ecc.)
con quelli del logos, perché la parola diventi carne ed entrambi, così terreni,
così tangibili, generati da una forza a cui fare ritorno e in cui rispecchiarsi.
Non serve riportare nelle note biografiche la breve descrizione di chi sia il
poeta, di quando sia nato o di ciòche abbia scritto. Le poesie da lui scritte
sono un biglietto di presentazione, il biglietto da visita dell'uomo-poeta.
Egli è l'Hermes, colui che nella mitologia greca è il dio dei confini e dei
viaggiatori, di tutti noi insomma, di quella geografia che ci appartiene,
corporea e del pensiero.
Dio degli oratori e dei poeti, dei pesi e delle misure. E' apportatore di sogni,
osservatore notturno, interprete. Mercurio, nella mitologia romana.
Serino ci trasporta così dal buio alla luce, dal non-essere alla forma
dell'essere.
Scruta le ombre per capire dove sia la fonte di luce che le genera, perché senza
luce, non esisterebbe ombra. Ladro e bugiardo solo apparentemente in certe
strofe da lui scritte al fine di riscattarci a valori assoluti a cui il nostro
"uomo di domani" deve rivalutarsi dal passato.
Proveniente dalla luce, attraversando le tenebre, si (ci) indirizza verso il
mistero, oltre lo stesso.
Mi permetto solo di rubare alcune parole all'amico prof. D. Pezzini, direttore
della cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale inglese presso
l'università di Verona, che nel descrivere la figura del poeta gallese Ronald
Stuart Thomas, scrisse in un suo libro per gli studenti universitari:  "Thomas
ha infatti della poesia una visione che diremmo severa e impegnata, nella quale
egli traduce un percorso di  scoperta personale che passa attraverso la lettura
del  mondo in cui vive (...) e di indagine ostinata del proprio io  alla ricerca
del senso ultimo delle cose."
Questo, a mio modesto avviso, vale anche per F. Serino.

RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA  "DENTRO UNA SOSPENSIONE" - 2006

Da qualche tempo mi chiedo se la scrittura sia altro dalla  vita: mi è capitato
di non riconoscere l'uomo incontrato, prima, solo nei suoi versi.
Chi è Felice Serino, un uomo il cui vissuto sembra continuamente dilatarsi in
una luce cosmica e frangersi in un big-bang silenzioso? Sentimento, questo, di
un continuo morire, precipitare, sprofondare, ma anche di un rinnovato germoglio
che vince la morte con dolore, in un grido di luce.
Vita-morte o morte-vita: sequenza naturale, seme di vita nel cosmo e nell'uomo,
oppure segno di contraddizione, come nell'amore cristiano, dove appunto la morte
è inizio di una resurrezione?
E come si concilia questa particella di memoria cosmica infinita, senza tempo,
con il senso di alterità, incompiutezza, ambiguità, forse, che l'accompagna? La
percezione di un se stesso diviso, spiato attraverso uno specchio, copia,
proiezione, fantoccio che cammina accanto (mi ricorda l'amato Sbarbaro). Ma qui
la dimensione del sogno, che ritorna quasi ossessivamente in tutte le
composizioni, anziché contenere una ricerca di senso, un pensiero, sembra
scivolare, galleggiare in un flutto di sangue.
E' questo il suo mare? Il canto ha la stessa voce: poche variazioni sonore (e
poche, essenziali parole) fluiscono senza pause in un'armonia siderale,
monocorde, eppure mai uguale, che lambisce, sfiora senza carezze, sembra
appartenere alla superficie delle cose e invece è profondamente ...dentro una
sospensione.
GianCarla Raffaeli
             
RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "LA DIFFICILE LUCE" , 2005
di Felice Serino

Nostalgia immemore
Io penso che le nostalgie che trapelano dai tuoi scritti non sono nostalgie
terrene.
Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria, infatti non
possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in
questo mondo. Non c'è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che
rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c'è un ricordo bello e non c'è un
ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c'è...
non c'è, non c'è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell'amore da cui
proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si
riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per
intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono
tempi, l'eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale.
Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d'infinito di
quando siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla
Parola che, nell'atto del creare, han separato Creatore e creatura. E' questo
distacco - a me sembra - che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso,
senza paragoni.
E' facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti
noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo: preghiere o
imprecazioni in attesa dell'immancabile ritorno.
Proveniamo da una dimensione celeste e quello che ce lo fa riconoscere è che Dio
non ha mai tolto il suo amore da noi.
Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio catapultati su questo globo di
creta per riconquistarci, nella prova, la Gerusalemme liberata, la Gerusalemme
celeste e il volto di nostro Padre che bramiamo di vedere per poterci
rispecchiare in lui. Già il Paradiso ce l'ha conquistato Gesù ma noi dobbiamo
metterci del nostro e un giorno comprenderemo pienamente chi siamo. Per ora,
nell'estasi, possiamo fare solo piccoli assaggi dell'Eden, come una goccia
d'acqua che evaporando sale ma che presto ridiscende rientrando nel suo corpo.
                 
[lettera privata]
Andrea Crostelli
            
RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "FUOCO DIPINTO",
di Felice Serino
[edizione dell'autore, 2002]

Corpo di vetro
Ci sono poeti legati alla terra (e questi forse sono la maggioranza, nonostante
la poesia venga dai luoghi più reconditi e inspiegabili) e ci sono poeti
propendenti al cielo; sicuramente Felice Serino è di questa seconda fascia.
A volte il cielo parla con il sangue delle tue vene
più che con l'indaco delle tue arterie,
comunque sia vuole sentirsi uomo
forse solo per avvicinarsi a chi lo guarda
perché costui ci si rispecchi perché l'umanità nel mondo
è ciò che prevale e pervade il mondo
finché ci sarà mondo,
allora il cielo non può far altro
che ripiegarsi nel gesto d'amore iniziale
e improntare continuamente la sua somiglianza
col fiato sospeso di chi attende
la perfezione finale del ricongiungersi.
E' pure vero che il cielo può rapirti o che tu contemplandolo favorisca la sua
"presa", e in quel momento d'estasi che non t'appartieni sei finalmente libero.
Cosa strana, libero di essere preso, libero di appartenere a qualcos' altro che
ti ama e ti sovrasta d'amore.
In questo tipo di situazione puoi sentire il tuo corpo leggero, di vetro,
accessorio superfluo, e quindi... "ride la tua immagine d'aria".
E' la fusione del tuo corpo nell'immenso corpo cosmico.Diventa una fatica
sottrarsi alla luce per tornare indietro sui passi che la terra chiama a
percorrere.
Quella "carne attraversa un incendio", un incendio piacevole, pienezza per
l'anima la fusione col tutto, difficile accettare che si tratti di un momento,
di un solo momento dal quale però ricevi carica per affrontare il quotidiano
imperniato di materia. E affrontare il quotidiano significa mettersi a servizio,
soffrire per chi fa uso di L S D, del fumo, del bere e delle donne come
strumento di piacere, soffrire per chi naviga nel male e non si lascia investire
dalla luce, soffrire di chi abusa del potere e che, quindi, è nemico della luce.
Felice Serino denuncia la violenza, la guerra con le armi potenti della poesia,
e sa cosa potrebbe aspettargli: "di certo m'imbavaglieranno / non sopportano di
guardarmi negli occhi". Non scorda poeti assassinati (Dalton, Heraud, Urondo)
per strada o nei manicomi (Campana) ma non può e non vuole trattenere la forza
della parola che gli esce dal di dentro.
Dichiara che la morte è sconfitta dalla luce [vedi: "Frammento (lettera di un
malato terminale)"], lui, infiammato da una luce, che va oltre i suoi interessi
per l'astrologia.
Puntuali, brevi, atossiche e con lampi intuitivi niente male le poesie di Felice
Serino ridanno fiducia all'uomo che vuole incontrare animi trasparenti per
procedere incoraggiato e sollevato nel cammino dell'esistenza.
 * * *
Clessidra in polvere
Il tempo è un'argomentazione che preme al poeta; Serino dice: "nel sangue un
tempo tuo - rotondo". Una continuità di pienezza a cui aspira, tende, come si
tende alla perfezione. A me lancia l'immagine del ciclista, quello bravo dalla
"pedalata rotonda", costante, mai scomposto e bello da vedere.
Costui elimina i vuoti e va spedito verso il traguardo. Infiammare il sangue
d'amore è benzina che brucia il l'acido lattico alle tue gambe che vorrebbe
bloccare la tua corsa. Senza ostacoli nell' immaterialità delle cose avanzi con
l'aiuto dell'angelo che "da dietro il velo / del tempo è luce al tuo passo".
Il tempo frequentemente è l'accusatore e l'accusato delle nostre
irrealizzazioni. Perché allora non velarlo d'irreale? Perché non portarlo in un
altro contesto dove non sia lui a dirigere le danze bensì noi "cosmonauti di
spazi / sovramentali"?! Perché non ipnotizzarlo o sognare di ipnotizzarlo?!
Perché non condurlo nel nostro sogno per poterci camminare a braccetto?!
"Nel paese interiore" - aggiunge il poeta - "vivo una stagione rubata al tempo".
Ma forse, o molto probabilmente, il tempo ideale di Felice Serino non esiste,
perché egli ama guardare "all'indietro nell'imbuto fuori del tempo" e avanti
"per volare fra le braccia della luce", proiezione anch'essa d'eternità.
Andrea Costelli
[Andrea Crostelli, di Ostra (An) è pittore, illustratore, fumettista, critico
artistico/letterario, poeta. Espone le sue opere in Italia e all'estero.]
                                 
DUE  NOTE
Serino a mio giudizio riesce a esprimere attraverso delle visioni surrealistiche
quella parte del quotidiano che si trasforma nei suoi versi in sogno, dimensione
onirica, fantasia, partendo proprio da una visione dell'uomo che si spoglierà
della sua essenza per entrare nella trasparenza di uno specchio, per poi alla
fine essere proiettato in uno "spazio-tempo vitale", in cui lo stesso trasforma
il contesto esistenzialistico in cui si è posto, anti-positivista. L'
investimento ideologico per un
continuo rinnovarsi di vita-cultura, la sperimentazione di nuovi modi di
costruire versi, l' atteggiamento anti-conservatore di un passato letterario
della poesia (da fin troppo tempo contenuta in canoni intoccabili dai puristi),
lo pone come personaggi indiscutibile delle avanguardie, in un esprimersi del
quale l'ermetismo conosce bene i suoi confini.
Luca Rossi
*
Il grido non emesso, la sua forma sta in un "tempo sospeso" come tutta la poesia
ultima di Felice Serino. E' un disegno, un'opera grafica di orizzonti silenti.
Andrea Crostelli
                 
              
Felice Serino: il poeta filosofo
Addentrarsi nelle tematiche di Felice Serino, ci porta a considerare la nostra
essenza di creature in balia del senso di perdizione e di precarietà,
caratteristiche salienti dell'uomo. In versi ermetici che scavano in profondità,
quasi erodendo la nostra coscienza, il poeta affronta il rapporto tra il divino
e l'umano, tra realtà e spirito, il contrasto tra spirito e corpo, tra sogno e
mondo reale. E certo non manca la trattazione della problematica della morte e
dell'alienazione del vivere moderno. Cito alcune poesie a suffragare quanto
detto: "In sogno ritornano", "Preghiera", "Sospensione", "Dal di fuori",
"Appoggiata ad una spalliera di vento", "Io-un altro", "Appunti di viaggio",
"Nella valigia", "Spirale". Interessante l'uso della simbologia e della metafora
dello specchio nella disanima poetica del multiforme aspetto di come la mente
possa percepire la realtà. A volte si mostra gnomico, umanitario e proteso alla
risoluzione dei problemi sociali. Il linguaggio appare scabro e incisivo, spesso
filosofico e attinente al mondo della psicanalisi e dell'antroposofia.
Non è una poesia facile, all'inizio si presenta ostica, così intessuta di
richiami culturali e stile ermetico, ma piano piano ci avvolge nell'atmosfera
sospesa del nostro essere uomini, tesi alla ricerca della verità.
Peppino Giovanni Dell'Acqua
Dai "Commenti", nel sito http://www.poetare.it/
                 
LA SCHIZOFRENIA DELLA FABBRICA
Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Dopo vari impieghi nel settore
alberghiero e come benzinaio, ha lavorato per ben trentuno anni alla micidiale
catena di montaggio della Fiat Mirafiori, a Torino.
Poeta autodidatta, "mail artista" e studioso di astrologia, vive tuttora nella
capitale italiana dell'automobile. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche:
Il dio-boomerang (1978); Frammenti dell'immagine spezzata (1981); Di nuovo
l'utopia (1984); Delta & grido (1988); Idolatria di un'assenza (1994); Fuoco
dipinto (2002); La difficile luce (2005); Il sentire celeste (in e-book, 2006);
Dentro una sospensione (2007).
I versi di Serino sono costruiti, non a caso, attraverso la tecnica del monologo
interiore, che, spinto all'estremo, sconfina nel flusso di coscienza: i pensieri
vengono riprodotti su carta così come affluiscono alla mente, saltando i nessi
grammaticali, logici e cronologici.
Il poeta vuole rappresentarli in presa diretta, senza mediazione alcuna, per
rendere palpabile al lettore la condizione psicologica alienata dell'operaio.
Così salta anche la punteggiatura, i piani narrativi si intrecciano, il "prima"
si fonde col "poi".
Non esiste un "tempo di fabbrica" e un "tempo di libertà", separati l'uno
dall'altro. Anche quando l'operaio è a casa con la famiglia, a letto con la
moglie, nell'intimità dell'amplesso, nella dimensione ludica del rapporto
affettivo con la figlioletta, la fabbrica è sempre presente, nel pensiero, con i
suoi rumori, i suoi ritmi, le sue ansie ed i suoi pericoli.
Pure il verso prende un ritmo incessante, come quello della catena di montaggio.
Solo qualche enjambement consente una pausa, poi il macchinario continua a
girare, costringendo l'operaio ad inseguirlo, ad adeguare i propri tempi a
quelli del mostro tecnologico.
E' questa la "qualità totale" di cui tanto si parla.L'impresa impone la propria
centralità, precludendo ogni spazio esistenziale privato all'operaio, assumendo
una funzione totalizzante.
Si noti, inoltre, il clima di angoscia incessante, che domina i versi di Serino.

Le immagini degli omicidi bianchi, le morti violente, che si susseguono in
fabbrica, come lampi al magnesio, esplodono nella sua mente, impedendogli una
vita "normale"; rimangono impigliati nei meccanismi della macchina e
ossessionano il poeta in ogni momento del suo ciclo vitale, che ne risulta
irrimediabilmente alterato.
Su tutto (sentimenti, valori) domina il plusvalore, che Taylor diceva
furbescamente di voler ridurre in un cantuccio. La produzione, secondo lui,
avrebbe raggiunto vette così alte che il problema della distribuzione del
plusvalore sarebbe diventato marginale.
Ma nei decenni il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato progressivamente,
senza che ciò contribuisse ad eliminare l'alienazione del lavoratore.
Come osserva giustamente Serino, l'operaio, anzi, resta impigliato in un nuovo
ciclo alienante, "produci-consuma-produci", diventa vittima sacrificale per un
nuovo "dio-mammona", "pedina in massacri calcolati".
Traspare dalle poesie del Nostro (sin dai titolo delle raccolte: Il
dio-boomerang; e poi nelle immagini bibliche ricorrenti: l'operaio come Cristo
crocifisso, le presenze diaboliche che affiorano qua e là) una religiosità
violata, tradita da un ordine sociale cinico, che calpesta persino le leggi di
natura, i principi evangelici.
Antonio Catalfamo
Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO - Poeti operai
[numero monografico n. 730, maggio 2008]
                  - - - -
                  PROLETARI
                  1
                  distinzioni di classi
                  niente di nuovo la storia si ripete
                  noi pendolari voi vampiri
                  dell'industria che evadete il fisco
                  (imboscando capitali sindona insegna)
                  ed esponete le chiappe al solleone
                  sulla costa azzurra o smeralda
                  (lontani dal nostro morire -
                  in città-vortice sangue solare
                  innalziamo piramidi umane
                  per l'alba di mammona)
                  dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo
                  (burattinai per vocazione
                  di questa babele tecnocratica)
                  averci diseredati crocifissi
                  con bulloni a catene di montaggio
                  2
                  cieche corse cronometriche
                  cottimi barattati con la salute
                  pensieri accartocciati desideri
                  condannati a morte
                  uccidi la tua anima per otto ore
                  sventola la tua bandiera-di-carne
                  produci-consuma-produci
                  per il dio-mammona per il benessere (di chi?!)
                  sei bestia per il giogo del potere
                  pedina in massacri calcolati
                  SPIRALE
                  metti la caffettiera sul gas
                  il tempo di fare l'amore
                  la casa un'isola nella nebbia
                  di ieri nella testa il grido dell'officina
                  non ti avanza tempo per buttare su carta
                  quattro versi che ti frullano nel cervello
                  la bimba vuol passare nel lettone sorridi
                  per il polistirolo ritrovatosi in bocca
                  con la torta ieri il suo compleanno
                  trepiderai ancora una volta al ritorno
                  davanti alla cassetta delle lettere
                  e la moglie a dire qui facciamo i salti
                  mortali per quadrare il bilancio
                  il borbottìo del caffè ti alzi
                  esci e penetri il muro di nebbia
                  nella testa il grido stridulo d'officina
                  a cui impigliati restano brandelli
                  d'anima e carne
                  d'un'altra settimana di passione
                  stasera deporrai la croce

                  LINEA DI MONTAGGIO
                  lo hanno visto inginocchiarsi
                  davanti alla centoventesima vettura: come se
                  volesse specchiarvisi o adorare
                  il dio-macchina:
                  46 anni: infarto - parole
                  di circostanza chi deve informare la
                  famiglia - l'attimo
                  di sconcerto poi li risucchia il ritmo
                  vorticante: come se nulla
                  sia accaduto: la produzione
                  innanzitutto

                  MORTE BIANCA
                  al paese (le donne avvolte
                  in scialli si segnano ai lampi)
                  hanno saputo di stefano volato
                  dall'impalcatura come angelo senz'ali
                  - non venire a mettere radici - scriveva al fratello
                  minore - qui anche tu nella
                  città di ciminiere e acciaio: qui dove
                  mangio pane e rabbia: dove si vive
                  in mano a volontà cieche

                  UOMO TECNOLOGICO
                  parabole di carne convertite in
                  plusvalore - l'anima canta nell'acciaio - pensieri
                  decapitati al dileguarsi di essenze: vuota
                  occhiaia del giorno dilatato:
                  coscienza che si lacera all'infinito

                  L'ANIMA TESA SUL GRIDO
                  l'anima tesa sul grido
                  dopo otto ore alla catena
                  neanche la voglia di parlare
                  davanti alla tivù-caminetto
                  e morfeo ti apre le braccia
                  (impigliàti nello stridìo
                  della macchina
                  brandelli di coscienza)
                  domani ancora una pena
                  l'anima tesa sul grido
                  del giorno
                  in spirali di alienazione

                  OLOCAUSTO
                  immolato al moloch del consumo
                  deponi la croce delle otto ore lasciando
                  brandelli di anima lungo la catena
                  biascichi parole di fumo prima del sonno e sogni
                  strappare alla vita il sorriso ammanettato
                  dal giorno tieni in vita la tua morte tra vortici
                  dell'essere e trucioli d'acciaio rovente ti farà
                  fuori una overdose di nevrosi-solitudine
                  cuore-senza-paese immolato al moloch
                  dei consumi il sangue vorticante nella babele di
                  pacifici massacri offerta quotidiana
[Le poesie si riferiscono al periodo degli anni 80]
             
              
VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA
Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato
bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il
dio-boomerang" 1978; "Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo
l'utopia" 1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche la sua
ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: "Le
poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità
della rima: ubbidiscono solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha
avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la
sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele spiegate in una forma
soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti
parentesi, l'ambiguità, l'importanza del significante, di ciò che va oltre il
semplice verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie ed è agile nel
penetrare dentro, sino alla radice delle cose: "la vita: unghiata sulla carne /
del cielo: un grido / rosso come il cuore"; il suo grido si alza, là dove
necessita, nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la denuncia
la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso
i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da
opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che
sottolinea il forte impegno tecnico: "gli anni che il volto grida l'amore /
cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole
le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di
uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell'inchiostro guardarti
dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori
d'insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro autore affilarsi
come lama e accendersi come fuoco: "da albe incancrenite si alzano babeli / che
imbavagliano il grido / di coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi
subentrare una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove tendi
senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso /
di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo premurosamente "lasciamo il
posto alle macchine", nell'insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è
legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che "le leggi
sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi"): "al trillo della
sveglia c'è chi si fa / il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro
forse apre il giorno con una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di
carne e chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo /
dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte
vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria di un'assenza"
è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più
suggestive, da un' altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà
una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che
tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del
mondo: "recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano)
come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella
tenera paura di riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli
uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra / sé e la sua fine".
Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]

*

PRESENTAZIONE A "FUOCO DIPINTO", 2002

"Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia". G. Leopardi

L'autore di questa raccolta di liriche inedite dal fascinoso titolo "Fuoco dipinto" esprime una poetica filosofica di cui un bellissimo passaggio dedicato a Rudolf Steiner, fondatore dell'Antroposofia.
Ci porta a profonde riflessioni su varie tematiche col filo del Sé e sull'esistenzialismo, Elio Franzini: filosofo che ipotizza anche una sua tesi sull'Arte e la creatività nei vari sviluppi artistici, nonché poetici, dimostrando l'esistenza di una filosofia dei sentimenti.
Così, Felice Serino, crea con le sue liriche emozioni e sentimenti un pò ermetici con una originale espressione creativa nel linguaggio, inserendovi intervalli rafforzativi con versi in lingua inglese nell' estetica ben curata da cadenze ritmiche e sequenze di immagini con imput numerici. La poesia di Serino riprende alcuni dettagli classici e sviluppa tematiche attuali con un lirismo moderno in linea con le tendenze d'avanguardia.
Dalla lirica "Nell'indicibile": "tu dici è scandalo la morte ma può / esserlo la bellezza perduta del fiore o /
della farfalla che vive la luce di un giorno? // dietro il velo dell'esteriore il fiore / il verde la foglia - parte del cosmico / sé di cui è specchio in di qua - vivono ab aeterno / l'indicibile essenza di fiore/verde/foglia".
Da questi versi si denota il valore del poeta ed il messaggio celeste ed universale dell'amore oltre la "Sorte in Nero".
Versi che s'infrangono nelle coscienze come onde sulla scogliera, rinnovando il silenzio dell'anima del poeta che grida a viva voce agli astri respiri eterni nella carezza della natura!
Alla fine d'un secolo che vaga ancora in una giungla di belve umane, vi è ancora chi con la magia si risveglia attraverso i meccanismi della vita. Possiamo affermare infine che il poeta Serino, accende nel proprio scrigno una tenue fiammella annientando drammi e calvari per vincere il rapporto uomo-natura con occhi nuovi, sviluppando la luce o l'Aleph con una poetica lungimirante.

                            Vincenzo Muscarella

*

       Ho letto le Sue poesie e vi apprezzo soprattutto la lotta che in ognuna di esse mi pare di scorgere, e nelle raccolte in complesso, fra elementi dissonanti che si vanno organizzando attorno ad un nucleo di luce che penetra ed unifica frammenti, supera ostacoli, ricompone in forme chiare ciò che prima poteva essere visto solo come una protesta umana, raggiungendo talora la forma della preghiera che accetta il fatto che la vita umana ed il suo mistero non possano essere spiegati a partire dall'uomo che si illude d' essere dio, ma solo da Dio...
   La lotta che si avverte in Lei, nella Sua persona, nella sua anima è tradotta con grande efficacia dalle Sue parole. Ed è tumulto che, al di là del tumulto, dell'urto del sangue, delle angosce, tende alla luce.

   Da una lettera privata di Giordano Genghini

 

 


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RECENSIONE ALLA SILLOGE DI FELICE SERINO “IN SOSPESO DIVENIRE”, 2013*

 

al di fuori di me -

io stesso luogo-non-luogo –

mi espando

 

Così, Felice Serino, dà alla luce l’ultima breve ma intensa silloge, “In sospeso divenire – Poesie dell’impermanenza”, titolo alquanto suggestivo e che, in pochi tratti descrive il ruolo stesso del poeta-uomo, dello scrittore, considerato per antonomasia il saggio, il pensatore, conscio d’una realtà fuggevole e capace, pertanto, di ravvisarne gli atomi in una sincrasi eclettica, unendo particelle e parole con una palpabilità maniacale. Ho parlato di “saggio” per un motivo ben preciso. Leggendo il Serino, m’è parso di risentire la lontana eco del Dao Dezi di Lao Tsu, saggio cinese che – nella succitata opera - scrisse una ben precisa frase: “Per questo il santo permane nel mestiere del non agire e attua l'insegnamento non detto. […]. Compiuta l'opera egli non rimane e proprio perché non rimane non gli vien tolto”. Si noti che la parola “Saggio” e “Santo” hanno, nel Tao Te Ching, la stessa funzione di soggetto. Come per queste “poesie dell’impermanenza”, il Serino ha la funzione di lasciare un’impronta, un segno lieve “in sospeso divenire”, per l’appunto, per poi partirsi, allontanandosi dopo aver detto. Il suo è un divenire lasciato ad altri, un qualcosa di incompiuto ma capace di tessere trama e ordito con una originalità impertinente, tra figure retoriche e costrutti semantici ridotti all’essenziale, eppure talmente precisi da centrare il cuore del bersaglio:

 

in trasognato sfarti figura

-quasi rito-

t’invetri

incielata diafana

 

qui troviamo qualcosa di molto raro, quasi una sorta di gioco di parole e reinventati neologismi privi di peccato ma che trascendono all’interno di un Locus amoenus racchiuso nell’utopia e nella stagione di una vetrina al di fuori del tempo.

            Il Serino però è un treno in corsa lungo diverse stazioni, sfiora emozioni di ogni sorta e non placa sicuramente la propria sete nella forra dei giochi della parola propriamente detta. Egli si fa anche semplicità negli occhi e nei sogni di una bambina, diventa foriero dei cambiamenti dell’animo… si fa madre e poi muore alla vita.

            Senza voler troppo aggiungere, per non guastare del lettore la sorpresa, il poeta Serino disvela e tributa la seconda parte dell’opera ai suoi amori, quelli familiari come quelli letterari, finanche alle letture di Ungaretti, Merini e Ginsberg. È una nota che suona differente in ogni tasto, il Serino e in questa breve silloge dà prova di quanta musica possa vantarsi l’animo umano, un Pathos capace di elevare o, talvolta, di colpire, lasciando senza parole attraverso la bellezza e l’irripetibilità delle sue dinamiche.

 

Di Marco Nuzzo

* e-book realizzato da www.poesieinversi.it

 

 

LA “CASA DI MARE APERTO” SPIRITUALE 

NELLA PIÙ RECENTE RACCOLTA DI VERSI DI FELICE SERINO

 

di GIORDANO GENGHINI

 

Recentemente, edita dal Centro Studi Tindari di Patti, è uscita la raccolta di 

versi “Casa di mare aperto”, che riunisce tre diversi gruppi di brevi liriche 

scritte fra il 2009 e il 2011 dal poeta Felice Serino, noto - anche se non 

quanto meriterebbe - in Italia e anche all’estero (le sue poesie, pubblicate a 

partire dal 1978, sono state tradotte in sei lingue).

Il titolo della raccolta - lo si chiarisce all’interno del volumetto - è una 

citazione da Piernico Fè, e in qualche modo, a mio avviso, è la chiave per 

interpretare l’intera opera, caratterizzata da una lirica intrisa di 

spiritualità intensa che si irradia in molteplici direzioni: un “mare aperto” 

spirituale, dunque.

La lettura delle pagine - poco meno di cento -  è un’esperienza straordinaria e 

irripetibile.

Il tessuto dei versi  è coerente e ha un tono e un timbro inconfondibili. I temi 

toccati ruotano attorno a una ricerca spirituale intima del poeta ma nel 

contempo rivolta ad ogni uomo. I versi, come nei grandi artisti mistici del 

Medioevo, esprimono l’inesprimibile del mistero divino soprattutto attraverso il 

simbolo della luce. La spiritualità del poeta è però modernissima perché 

inquieta, mobile, non univoca.

Alcune immagini, metafore e parole-chiave sono ricorrenti nella raccolta. in 

primo luogo, la figura dell’angelo (o, meglio, degli “angeli / caduti / mendichi 

di amore”), simboli di aspirazione alla purezza assoluta. Ancora più rinvia a 

questa ricerca di purezza e verità assolute la metafora - che riappare in varie 

forme - del “corpo di vetro” o del “vetro del cuore”, cui si affianca la 

prevalenza di un altro emblema di purezza: il candore, che culmina nel 

“silenzio” di chi ha già lasciato la vita: l’ “immacolato manto / come 

un’immensa pagina bianca” che si identifica con l’ “Altrove”, ossia con il 

mistero occulto di “questa casa di vetro / eretta sulle nuvole”, a cui il poeta 

aspira - e alla cui rappresentazione concorre anche la suggestione generata 

dall’uso mai casuale o irrilevante degli spazi bianchi fra i versi o nelle 

pagine.

Oltre alla luce, altri simboli ricorrenti nei versi di Serino per esprimere 

l’inesprimibile - l’ “Oltre” - sono il sogno e l’azzurro, che si intrecciano con 

la musica nel tentativo di dare corpo (come nel “Paradiso” dantesco, di cui 

talora si avverte l’eco) al divino. Tuttavia, i versi di Serino non hanno certo 

caratteristiche tradizionali e meno che mai “cantabili”, in quanto nel loro 

originale ritmo si manifesta la presenza della realtà umana fatta di carne e 

sangue, dei “veleni del mondo” e, in particolare, del mondo contemporaneo in cui 

“l’autentico” è “violentato dal mediatico”.

All’interno di questa antitesi decisa fra l’ Altrove e il male del mondo (per il 

quale però, uscendo dal coro, la lirica del poeta non cerca espliciti capri 

espiatori, politici o di siffatto genere, cui attribuire ogni colpa) 

determinante è la funzione della poesia, che definirei profetica ma, anche, casa 

in cui rifugiarsi per distaccarsi dal male di vivere. L’autore infatti scrive: 

“nascosto starò nella rosa / azzurra della poesia”, evocando per analogia nel 

lettore anche il ricordo della “candida rosa” dantesca dei beati.

La spiritualità di Serino e la sua fede nell’Altrove non è mai incerta: “quando 

il mondo continuerà / dopo di me // a chi vi dirà lui non c’è più / fategli uno 

sberleffo”. Il suo misticismo non trascura le vicende della storia e degli 

ignorati “santi del nostro tempo”,  di non pochi  dei quali viene fatto 

esplicitamente il nome ( un esempio fra tanti: Oscar Romero, nel cui sacrificio, 

credo, il poeta vede il “rigenerarsi dell’urlo della croce” evocato in un’altra 

lirica).

La cultura su cui fioriscono i versi dell’autore è estremamente ricca: le stelle 

che la illuminano (lo si comprende da citazioni dirette o indirette, e 

soprattutto dalla ripresa rielaborata, nei versi, di altri versi, secondo una 

tecnica già presente in grandi poeti, da Dante a Luzi, ma usata in modo 

originale da Serino. Tale ripresa non è mai sfoggio di conoscenze: è invece 

indispensabile al disegno lirico dell’autore. Le stelle che rilucono nel cosmo 

intellettuale del poeta possono per alcuni aspetti essere forse accomunate, ma 

fra loro sono anche estremamente diverse: oltre al Gesù dei Vangeli e ad antiche 

(come Paolo e Agostino) e recenti (come, ad esempio, David Maria Turoldo) figure 

della spiritualità cristiana, figurano anche maestri di diverse spiritualità: da 

Steiner a Swedenborg a Paulo Coelho, per non ricordare che alcuni nomi. Né si 

possono dimenticare i riferimenti ai grandi poeti dello spirito: dal già 

menzionato Dante (alcune delle cui immagini, come quella del paradisiaco fiume 

di luce, sono rielaborate e riproposte in modo affascinante) ai più recenti 

Mallarmé, Borges, Pessoa, Ungaretti fino a poeti a noi vicinissimi come Giovanni 

Giudici e Andrea Zanzotto.

La lirica di Serino si colloca nel panorama estremamente vasto di questa sorta 

di ideale “empireo della poesia” che si contrappone - almeno come possibilità di 

difesa - ai mali della storia. L’ampiezza dei punti di riferimento negli 

orizzonti culturali e letterari del poeta spiega anche perché la sua raccolta 

non rappresenta un tentativo - che sarebbe impossibile - di ricomposizione di 

tutti i punti di riferimento, ma una esplorazione spirituale, un moderno 

viaggio, termine ancora una volta da intendersi in senso dantesco.

A livello stilistico, il poeta dà vita a una lirica di grande intensità, che fa 

tesoro della lezione poetica del Novecento (in particolare, nell’abolizione 

della punteggiatura e della iniziali maiuscole) e del verso libero per creare un 

proprio originale timbro, spesso caratterizzato da affascinanti creazioni in 

miniatura, nelle singole liriche, di “opere aperte” che lasciano possibilità di 

diverse interpretazioni: né potrebbe essere altrimenti, dati i temi affrontati 

nella raccolta.

In versi densi di fratture e ricomposizioni, Serino ci propone - per rifarsi al 

“suo” Agostino -  una “città dell’uomo” in cui abbondano le asprezze (“le 

viscere nelle mani”) e una “città di Dio” in cui risplende l’armonia 

dell’Altrove (“un cielo bianco di silenzi” in cui è protagonista disincarnato il 

“fiume di luce che / ci prenderà”).

Non è il caso che aggiunga altro a queste mie modeste note, perché ogni 

tentativo - come questo mio - di presentare nell’ambito di un discorso 

logico-razionale una poesia che tale ambito travalica, non può che essere povera 

cosa rispetto all’esperienza della lettura dei versi del poeta. E concludo 

proprio con un invito alla lettura e con un’ultima osservazione: la raccolta di 

Felice Serino è un “mare aperto” al cui interno si muovono potenti correnti di 

luce. Credo che, per renderci conto di ciò, basti rileggere la bellissima breve 

lirica che, non a caso, chiude la raccolta, e che qui riporto: “d’un presentito 

chiaro d’armonie // d’un trasognato dove // vivi e scrivi // - tuo credo - // 

tua casa di mare aperto”.

Non è un caso, credo, che il primo verso sia un armonioso endecasillabo e che il 

secondo e il terzo, uniti, a loro volta siano uno stupendo endecasillabo, come 

non è un caso che l’ultimo verso coincida con il titolo della raccolta.

La “casa di mare aperto” rappresenta infatti, come ho detto all’inizio di queste 

note, la spiritualità del poeta: ma anche, io credo, la meta di un approdo 

cercato già in questo modo e, infine, la prefigurazione della “casa di vetro” 

nell’Altrove, cui - come l’autore - più o meno consapevolmente a partire dai 

poeti, tendiamo noi tutti. O, credo direbbe l’autore, tendono consapevolmente 

coloro che, come scrive in un’altra sua lirica l’autore, fra l’affidarsi 

principalmente a Freud (o ad altre “divinità terrene” del mondo d’oggi) e 

l’affidarsi al vangelo di Giovanni hanno già compiuto una scelta.

 

 

 

 

 

 

Un oltre in sé, quella “Casa in mare aperto” di F.Serino- Fernanda Ferraresso

 

.

 

L’epigrafe di apertura, ripresa dalla dedica di Raffaele Crovi , a Flavio e 

Teresio, pare individuare con precisione quale sia la scialuppa di salvataggio 

per praticare quel mare aperto e arrivare a casa.

 

 

La poesia allena l’ “analfabeta”/ancora vergine di conoscenza / a 

“disincagliarsi dalla vita” /e a viaggiare dentro il mistero/(che è la somma 

delle verità).

 

 

Ma si tratta di trasparenze lacere,  così le chiama Felice Serino, queste 

visioni , o voci, che arrivano da quel mare di cui dice e non ha nome, se non 

umanità, storia, e sembrano voci lacerate dalle perdite. I testi evocano, in 

questa  silloge breve, altre parole, messe nell’acqua del linguaggio da altri , 

sin dal titolo del libro, che riprende una frase di Piernico Fè, come cita nella 

prefazione Marco Nuzzo: -creando una sorta di sprazzo sui diversi moti del 

mondo, ornato dalle molte sfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una 

visione d’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane. -E 

dovunque nel libro si sentono questi echi da terre senza nome, dispersi nei moti 

dei venti e tra le orme liquide dei naviganti, che hanno messo in mare i loro 

legni, le loro sementi, portando anche all’autore ulteriori germinazioni. Ciò 

che mira l’occhio di Serino non è direttamente il viaggio, ma il viaggiatore, 

poiché, come dice Pessoa,  è lui  il cammino. E qui , proprio riportando al suo 

piede e al suo occhio, al suo orecchio interiore, le voci degli altri, facendone 

terra del suo essere, Serino moltiplica questo andare in sé, lui terra e 

osservatorio di quel territorio senza fine, ma anche angusto, per la grevità dei 

gesti che si ripetono, e  sono gesti umani, stratificazioni del pianeta e della 

memoria, miseria e guerra  e  preghiere come pietre che sembrano infossarsi più 

che elevarsi se non partono dalle più oscure profondità di ciascuno. In quelle 

stesse profondità, oscure, spesso minacciose, esiste un altrove, a cui abbiamo 

accesso, in cui esiste un rifugio durante la navigazione ed è quello che è casa 

aperta nel cuore del mare. Serve viaggiare, serve andarci e la poesia aiuta a 

fare vela fino a quel continente che, alla fine, dopo una vita intera di rotte 

praticate , si scopre essere un oltre in sé.

 

 

fernanda ferraresso

 

 

*

 

 

E TU A DIRMI

 

 

lanciarmi anima-e-corpo

contro fastelli di luce

specchiarmi

nella sua follia

 

 

e tu a dirmi: Lui

-l’irrivelato-

nasconde il suo azzurro – è

lamento amoroso

 

 

*

 

 

IL LATO OSCURO

 

 

e se fossi stato

dell’altro sesso in una

vita precedentee ne avessi perso

memoria?

 

 

(ipotesi remota dici – di certo

campata in aria)-

 

 

junghiane profondità

tralasciando

scoprire come in un test

il lato oscuro del Sé

totale la parte

inconfessata (semplicemente

naturale) – la tua percentuale -

 

 

*

 

 

A RITROSO

 

 

(hikikomori)

 

 

un vivere a ritroso

le spalle all’oriente

dove

cresce la luce

vuoto delle braccia

vite

separate

 

 

tra l’ombra e l’anima

 

 

hikikomori: in Giappone sono oltre un milione.

E’ il fenomeno di ragazzi che vivono di “rapporti” virtuali chiusi nella loro 

stanzafuori dal mondo

 

 

*

 

 

L’ INDICIBILE PARTE DI CIELO

 

 

indicibile la parte di cielo

ch’è in te e ignori – dice steiner

l’uomo in sé cela un altro

uomo: testimone che ti osserva e

sperimenti ogni ora:

 

 

basta che solo

un verso o poche note ti richiamino

a una strana forza interiore:

e cessi

di sentirti mortale

 

 

**

 

http://cartesensibili.wordpress.com/2012/11/04/un-oltre-in-se-quella-casa-in-mare-aperto-di-f-serino-fernanda-ferraresso/#comment-7275

 

 

 

 

PREFAZIONE ALLA SILLOGE “CASA DI MARE APERTO”

 

Appaga e tiene incollati ai versi, Felice Serino in questa sua silloge,Casa di 

mare aperto, titolo preso da una frase di Piernico Fè, creandouna sorta di 

sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle moltesfaccettature e che ne 

compongono, malgrado tutto, una visioned’insieme talvolta succube delle 

vicissitudini carnali, umane.La poesia di Felice Serino, lungo tutta l’opera, si 

fa ispirare dagli scrittie dai detti di altri poeti, narrandone poi il proprio 

punto di vista e poiguarda, il Serino, osserva gli uomini in strati, tra guerre 

e miserie ne facondensa per i propri versi, spesso calcandosi in fondamenta 

dipreghiera quale speranza da ricercare nel proprio Es. Ed è proprio neldivagare 

che il poeta racconta gli strati di cui è fatto, ritrovandosipadrone di un 

altrove, un posto segreto nel quale rifugiarsi ogni qualvoltane abbia voglia, 

sia forse, pure, per quel bisogno di ricercare risposte,certezze che tardano a 

venire.Lo stile, seppur mai sfociante nell’accademico, presenta un 

vocabolarioricco, per una struttura mai metrica ma sempre e comunque libera, 

asottendere una “quasi ribellione” agli stili assimilati dai poeti, 

creandomovimento, caos di poche righe ma che, con quei pochi versi, riesce 

acolpire, acuminando la punta a ogni parola. Il risultato è 

densità,introspezione e calma apparente; e dico apparente perché dentro, è 

uncontinuo rovistare, setacciare e rimisurare le proprie norme, il propriofango 

e le scomposizioni di quell’insieme che siamo.Nel mio dire, ho sempre attentato 

alla composizione stessa di ciò che èPoiesis, come in un definirne il tutto e il 

niente stesso, l’eidos, la maturazionestessa dell’idea che porti infine alla 

costruzione naturale di un propriopercorso, fatto di una frotta di se stessi. Il 

Serino pare giunto ad una visionepersonale, ma siamo un viaggio che dura tutta 

una vita, sempre con nuovifronti da scoprire; per questo è importante avere 

nuovi occhi, più che nuoviorizzonti, per questo, all’abbisogna, necessitiamo 

d’essere illegali, rozzi.Necessitiamo d’esser Poeti.

 

Marco Nuzzo

(febbraio 2012)

 

 

 

 

 

FELICE SERINO - COSPIRAZIONI D' UN ALTROVE  (Vitale Edizioni, 2011)

 

 

 

Raccolta di versi freschi se il lettore riesce a trarre in salvo la loro 

caratteristica sempiterna, divisa in due parti, nella prima, ch’è intitolata 

“D’un Altrove”, l’invito a ricontattare un patrimonio immateriale appartiene a 

meccanismi di riflesso, intrattenibili addentrandosi nel tempo massimo per fare 

parte di una logica da messa in posa. La grazia nel lavorare col Pensiero è una 

costante dell’Esistenza, avendo abbastanza Amore da far passare davanti, essendo 

a capo di una Pazienza resa intraducibile dall’umanità stessa. Il trasporto 

cosmico risente della bellezza dell’essere sovrani sulla propria pelle seppur 

impotenti nella rivisitazione dell’intelletto coniugato all’imponenza del 

Passato, quel non dare più battaglia ai riferimenti straordinari del moto 

globale. Il lessico è raccolto nell’emotività predestinata al vago, al vaglio 

degli elementi armonici di cui non ci si accorge più immediatamente se non con 

un bagaglio di sapienza per rendersi autentici e meno imitabili. Nella seconda 

parte, dal titolo “Verticalità”, il poeta continua a mantenere la sua posizione 

contando su nessuna competizione, con una sensibilità che s’inorgoglisce nella 

contrazione delle evidenze, domini racchiusi in personaggi romanzati tra le 

parole di mobilità fisica, dolorosa, protesa verso titoli e poteri soporiferi, 

di un incantesimo incalcolabile. Lo stato di comprensione assorbe una 

silenziosità di eventi usati singolarmente, intorno all’autore permane quel 

minimo di pressione atmosferica indecifrabile, che non le permette la 

collocazione della sua normalità in termini introspettivi, subendo quasi le 

precipitazioni di una sacralità appuntita, eppure ai punti nodali del giorno è 

necessario proteggersi dagli strumenti dell’imprescindibile, attesi non come 

fossero un univoco scherzo della Natura per testare della serenità in citazioni 

maturate per un’analisi dell’Inconscio logicamente inaridita per compiuta 

estasi. La composizione è votata al divenire profetico, d’accarezzare con la 

speranza di star bene dentro di sé, col cuore che batte e ne sei così certo che 

te lo ricordi spaesato dinanzi agli ostacoli che si levano con un soffio d’aria, 

che rappresentano il senso del volersi bene, dispiegato, consumato.  

 

Vincenzo Calò

 

 

 

Recensione: “Cospirazioni d’un altrove” di FELICE SERINO.Poesie, Vitale Edizioni 

2011, pp. 40, edf

 

 

Di Felice Serino avevo già letto qualcosa su Noialtri. La lettura della 

sillogedi recente pubblicazione, Cospirazioni d’un Altrove, inviatami dal 

Direttore A.Trimarchi, mi ha spinta a fare delle ricerche sull’autore, per 

tentare discrivere una recensione il più possibile obiettiva. Non è, infatti, 

una cosafacile anche perché spesso si teme di ferire la sensibilità di chi 

scrive.Per quanto riguarda il Serino, ho visitato i siti personali e mi sono 

trovata difronte ad un autore profondamente innamorato della poesia: più di 

quanto luistesso creda, amore che, a mio parere, talvolta lo condiziona 

nellaliberazione spontanea delle emozioni.D’altra parte, è innegabile la sua 

predilezione per la poesia ermetica e i suoicanoni. Il poeta ermetico non vuole 

e non ha bisogno di troppe parole peresprimere gli stati d’animo e le 

intuizioni. Gli è sufficiente utilizzare unlinguaggio raffinato e senza fronzoli 

per evocare la gamma dei sentimenti ecercare di svelare il mistero che circonda 

il significato della vita,esorcizzando la solitudine disperata che avverte 

dentro di sé quasi come unafascinazione, e che lo spinge, a volte, a trovare 

rifugio in una sorta dimisticismo espresso con versi brevi e criptici. In Serino 

non manca nulla ditutto ciò, ma una cosa è l’attrazione e la spontanea 

condivisione per la “poesiapura”, che si esprime con termini essenziali, senza 

orpelli di sorta, un’altraimporsi di scrivere in un certo modo.In verità F. 

Serino corre poche volte questo rischio, ma lo corre, e ciò accadequando si 

lascia tentare da una specie di compiacimento nell’uso delle parole.Per fortuna, 

interviene ad aggiustare tutto proprio la causa che producel’errore e cioè 

l’amore per la poesia che gli canta dentro. Ecco che allora iversi scorrono 

fluidi, limpidi, ad evidenziare l’arte di questo autore chesembra aver trovato 

la risposta al significato della vita, com’è possibilepercepire dall’opera in 

esame, nella visione surreale della scoperta del misterodell’esistenza, legato 

alla figura salvifica di Dio e degli angeli,: niente daperdere/ col disfacimento 

se oltre il fragile/ apparire sarai tutt’uno/ conl’immenso corpo 

cosmico/nell’eterno girotondo dei/pianeti / nel sorriso di Dio.È proprio in 

questa raccolta, composta da 41 testi e suddivisa in due parti, ilcui titolo si 

ispira a Paolo Coelho, che quanto detto prima, assume unaconnotazione più 

intensa. Nella prima parte, D’un Altrove, l’autore oltre alladichiarazione 

d’amore alla poesia e alla sua sublimazione nascosto starò nellarosa/………azzurra 

della poesia/ perché non intacchino/ i veleni del mondo/ labellezza del cuore/, 

oppure come in un sogno lucido mi vedevo/ librare oltre lenubi in levità/ 

l’altro lato mi appariva il versante/luminoso in forma dipoesia/ un’armonia nel 

tempo perduta/ essa non era che il vissuto compreso/inuna bolla d’aria un 

frammento d’eterno/, sembra ossessionato dal pensiero dellamorte che appollaiata 

sulla…..spalla dalla culla…..non dissimile dalla vita cispinge a riflettere su 

cosa resterà della nostra storia scritta sull’acqua. Sonole eterne domande 

dell’uomo trasformate in metafore intrise di sogno, quel sognoche riavvolge il 

film della vita affrancando il cuore appunto con la poesia.Nella seconda parte, 

Verticalità, all’inizio, ricorre il rischio legato sempre aquella specie di suo 

compiacimento nell’uso delle parole: vedersi su un piano/inclinato esistere/ 

sperdimento in/ lunato albeggiare/ su deriva dei sogni/ Lamadella mente/ 

incrinata azzurrità/ il vetro del cuore; poi, lasciandosi andare,raggiunge i 

livelli che rendono giustizia alle sue capacità, nel momento in cuicanta: sul 

lago s’è alzata la luna/ dentro silenzi d’acque/ è dolce la luce/ nelrespiro/ 

delle foglie una smania che dilata/ abbraccia i contorni della notte/,o ancora, 

dinanzi all’Assoluto/ misericordia mi vesta/ di un abito di luce/amen.Belli e 

intensi anche i testi dedicati o che prendono spunto da personaggifamosi con cui 

evidentemente il poeta è entrato in sintonia. Questo dimostra cheè proprio il 

fattore empatico che gli permette di accoglierli nella la suainteriorità per 

essere in grado di continuare a cantare il sogno: lasciamientrare nel tuo sogno/ 

adesso che col soffio di Dio/ ne scrivi pagineineffabili/……..dalle labbra della 

notte stanotte/ mi pare udire……una sinfonia damusica delle sfere.A chiusura la 

lirica, Inverni, e ancora una volta, una domanda esistenziale:quanti ancora ne 

restano/ nel conto apparente degli anni/ incorniciati nellafinestra i rami/ 

imperlati di gelo e la coltre/ candida che copre/ anche ilsilenzio dei morti. 

Immacolato manto/ come un’immensa pagina bianca/ la immaginigraffiata da/due 

righe di addio/ il sangue delle parole già/ rappreso mentre/ èlo spirito a 

spiare da un/ lembo di cielo. Sono gli ultimi due versi a dare larisposta, 

espressa, come sempre, da una visione surreale perché il poeta siritrovi a 

vorticare in un vento di luce spiando il mondo da fenditure di unsogno.

 

 

Annunziata Bertolone, per l’Associazione Culturale Noialtri

 

 

**

 

 

Recensione di Michela Zanarella

 

 

FELICE SERINO, COSPIRAZIONI DI ALTROVE

 

 

La cospirazione è quell’accordo segreto che serve a modificare o 

cambiareradicalmente una situazione. Felice Serino con la sua raccolta 

poetica“Cospirazioni di altrove”, Edizioni Virtuali “Il Basilisco” ci 

accompagnain punta di piedi, “in segreto”, nella scoperta di un altrove, in 

queimisteri che girano attorno alla vita.La prima poesia è una dedica 

dell’autore a Stephane Mallarmè, il teoricopiù lucido della poesia simbolista. 

(Tenue rosa d’albore/nel cuore fioritedi cielo).Serino proprio come Mallarmè 

sogna di evadere in un mondo diincontaminata purezza, vuole raggiungere l’anima 

delle cose attraverso lapoesia.E’ così che l’autore si fa intermediario tra il 

visibile e l’invisibile,depurando il linguaggio da incrostazioni lessicali 

troppo rigide. Da “Hosognato di essere trasparente”: “vortico in un vento/di 

luce/da fendituredi un sogno/spio il mondo”.La parola si fa trionfo di purezza e 

riesce a radicarsi in prondità nelcuore del lettore rendendolo testimone di un 

repertorio intimoinesauribile.Felice Serino trae ispirazione da frasi, concetti, 

pensieri di altri poetie scrittori, rimodella a suo modo immagini e sensazioni 

forgiando i versidi un’autentica intensità e sincerità espressiva.Da una frase 

di Erri De Luca è nata “Consapevolezza dell’ essere” (…”mail cuore che non può 

morire/infiniti universi racchiude”).Erri De Luca diventa così la sorgente dove 

Serino abbevera il suo “magma”poetico.Anche lo scienziato e inventore Emanuel 

Swedenborg offre involontariamenteal poeta una forza creativa 

particolare.Swedenborg è stato uno dei pochi a sostenere di essere in grado 

dicomunicare con l’aldilà e in una sua dichiarazione ha rivelato: «Ho vistomille 

volte che gli angeli hanno forma umana e mi sono intrattenuto conloro come 

l’uomo si intrattiene con l’uomo, a volte con uno solo, a voltecon più di uno, e 

non ho visto nulla in loro che differisse dall’uomo inquanto alla forma. 

Affinché non si potesse dire che si trattava diillusione, mi è stato concesso di 

vederli in pieno stato di veglia, mentreero padrone di tutti i miei sensi ed in 

uno stato di limpida percezione.»Felice Serino in “Emanuel Swedenborg” sembra 

entrare in contatto con loscienziato, si affida alle sue virtù sensoriali fino 

quasi a supplicarlo:” lascia Emanuel che entri/ nel tuo Sogno”.La rivelazione 

sistematica di radici di fede prende sempre più piedenell’opera di Serino, il 

quale con molta umiltà si avvicina all’ Assolutochiedendo misericordia.Il poeta 

tenta una personale conquista nell’ interiorità, conservandoneechi, trasparenze 

e sospensioni, conservando in segreto il “raggio verde”delle parole.